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Pista da sci al parco Lambro, "no" dal consiglio di zona

Parere negativo sulla proposta di realizzare una pista da sci in materiale sintetico in un'area del parco: "Meramente commerciale e troppo invasiva"

Una veduta del parco Lambro

Lo scorso 13 ottobre il consiglio di zona 3 ha liquidato definitivamente l'idea di una pista da sci in materiale sintetico al parco Lambro, in prossimità di via Feltre, di circa 100 metri per un'ampiezza complessiva di 4mila mq. Ha dato infatti parere negativo (dopo che s'era espressa così anche la commissione sport dello stesso consiglio) alla realizzazione dello ski-park, senza tuttavia raggiungere l'unanimità. Insomma, Milano non avrà il suo "Ski-Dubai". 

Si sono astenuti Ancona (Lega), Re (Movimento 5 Stelle) e Santoro (Pdl). Favorevoli allo ski-park (e quindi contrari al parere negativo) i consiglieri Cosenza (Nuovo Polo) e Bissolati, Cagnolati, Migliarese e Viola (Pdl). Il resto della Lega Nord ha votato contro lo ski-park insieme alla maggioranza di centro-sinistra.

Ma quali sono state le motivazioni del parere negativo? Secondo il consiglio di zona, l'area verrebbe concessa per un tempo indefinito e assumerebbe natura commerciale perché l'ingresso sarebbe a pagamento. Comporterebbe quindi la recinzione di una parte troppo vasta per una pista da sci che viene definita "insufficiente a una pratica plausibile dello sci da discesa".

Il consiglio di zona rileva infine che l'area è una piccola depressione che si allaga spesso quando il fiume Lambro raggiunge la piena.

Elena Re, consigliera del Movimento 5 Stelle, ha spiegato così a MilanoToday la sua astensione: "Ritengo necessario che Milano si attrezzi di spazi, di svago e non, soprattutto per i giovani che la abitano. E si deve incentivare la fruibilità dei nostri parchi urbani. Ma questo va realizzato in maniera non invasiva ed impattante per il territorio".

E conclude: "Questo soprattutto quando si parla di aree verde urbane pubbliche in una città che di verde non ne ha. Il bando presentato lasciava troppo margine alla speculazione ambientale ed economica privata e di conseguenza non garantiva la sostenibilità realizzativa dell'impianto".
 

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